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Scandalo part-time in Toscana: la verità nascosta sul lavoro a orario ridotto nel settore della ristorazione

Fisascat Toscana

Due terzi dei lavoratori part-time nel settore della ristorazione in Toscana non hanno scelto volontariamente di ridurre l’orario di lavoro, ma sono costretti a farlo. Questo è quanto emerge da un’indagine condotta da Istel e Fisascat-Cisl Toscana su un campione di 130 lavoratori, per la maggior parte donne. I risultati sono stati presentati durante il convegno “Part-time involontario nel settore turistico”, organizzato a Firenze dal sindacato Cisl del settore commercio, turismo e servizi, in collaborazione con l’Ente Bilaterale Turismo Toscano (EBTT). Tra i partecipanti, figurano il direttore di Confcommercio Toscana Franco Marinoni, il presidente di Federalberghi Toscana Daniele Barbetti e il segretario generale aggiunto della Fisascat nazionale Vincenzo Dell’Orefice.

L’indagine ha evidenziato che il part-time, se non scelto, può esporre i lavoratori a un elevato rischio di povertà. In Toscana, il 19,7% degli occupati lavora part-time, una percentuale superiore alla media nazionale. Di questi, 248.000 sono donne, che rappresentano il 77,4% del totale. Il part-time è particolarmente diffuso tra i giovani uomini e varia notevolmente tra i diversi settori: 9,2% nelle costruzioni, 16,4% nel manifatturiero, 38,2% nel commercio e 50,6% nei servizi di alloggio e ristorazione. Secondo l’Osservatorio Inps/settore privato, queste percentuali indicano una modalità di lavoro spesso imposta dai datori di lavoro piuttosto che scelta dai dipendenti.

L’Istat stima che il 59,2% dei lavoratori part-time in Toscana sia involontario, rispetto al 57,9% della media italiana. Questo significa che uno su dieci lavoratori toscani con un contratto part-time desidererebbe un impiego a tempo pieno. L’indagine specifica sulla ristorazione collettiva, pur non essendo rappresentativa, ha fornito un quadro interessante: il campione era composto per l’81,5% da donne con un’età media di 44 anni. Tra questi, il 66,9% ha dichiarato di subire il part-time, mentre tra chi lo ha scelto, metà lo ha fatto per motivi personali o familiari e l’altra metà per problemi legati alla disponibilità e al costo dei servizi di supporto alla famiglia.

Molti di questi lavoratori sono impiegati da anni nella stessa azienda, con un lavoro stabile ma parziale, caratterizzato da una forte flessibilità oraria. Il 74% degli intervistati ha riferito di essere spesso chiamato a fare lavoro supplementare, il 69% di dover prolungare l’orario di lavoro giornaliero e il 56% di modificare i turni, spesso senza preavviso adeguato. Inoltre, il 46,2% ha sempre lavorato part-time, con il rischio di povertà previdenziale in età pensionabile.

Secondo Alessandro Gualtieri, segretario generale della Fisascat-Toscana, il ricorso al part-time ha permesso alle aziende di rispondere alle proprie esigenze di flessibilità, ma ha anche creato nuovi lavoratori poveri. “Le responsabilità – afferma Gualtieri – ricadono anche sui committenti di certi servizi, come le mense. Il problema del lavoro povero nel turismo è legato anche alla stagionalità, che non è una scelta ma una condizione imposta. Discutere di salario minimo in questo settore è inutile: servono soluzioni attraverso la contrattazione e la bilateralità. Le imprese devono comprendere che non possono scaricare tutto il peso sui dipendenti, poiché così facendo allontanano ulteriormente i lavoratori dal settore. Inoltre, è necessario un intervento sulle politiche pubbliche, perché le attuali misure di conciliazione vita-lavoro non sono adeguate al contesto lavorativo odierno”.

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